La
mia prima notte a Lukianvoka è ancora impressa vividamente nel mio
ricordo e di più, marchiata a fuoco sulla mia pelle, tanto che
nonostante siano ormai trascorsi undici anni, posso sentire ancora
quell'ardere di disperazione.
Innanzitutto
era la mia incolumità e sopravvivenza che sentivo in serio pericolo.
Nella mia percezione, atterrito da quella galleria di volti arcigni,
i miei compagni di cella costituivano una minaccia concreta alla mia
vita. Temevo mi avrebbero picchiato, violentato, forse anche ucciso. Poi
il pensiero correva a mia madre, al dolore misto a vergogna che lei
avrebbe provato apprendendo la notizia che il suo unico figlio si era
macchiato di un grave reato e che ora era rinchiuso in una cella, a
migliaia di chilometri di distanza.
E
ancora era l'idea della mia Oksana furibonda con me per ciò che
avevo fatto, a straziarmi, convinto com'ero che mi avrebbe lasciato
per sempre. Lei che era il mio unico affetto profondo a Kiev.
In
un attimo tutto il mio mondo era crollato. Dunque piansi
inconsolabilmente, attirandomi ancor più il disprezzo degli altri
detenuti. Infatti in Ucraina nessun uomo piange davanti agli altri
uomini e in galera questa caratteristica antropologica è ancora meno
soggetta ad eccezioni.
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