Per chi vive fuori dal carcere, come si dice "in libertà" il tempo, le ore e i minuti vengono ritmati dall'orologio e dal calendario. Le giornate vengono scandite dal tempo di lavoro, dal poco tempo di riposo, dal tempo dedicato agli acquisti, dalle chiacchiere al bar o in piazza... I tempi più lunghi vengono cadenzati dalla busta paga, dall'affitto o dal mutuo da pagare. Quelli ancora più lunghi, dai figli che crescono, dal diploma, qualcuno che muore, una nascita,l'acquisto della macchina o della casa, dalle vacanze e dai viaggi... Dentro al carcere tutti questi episodi di vita non ci sono. D'altronde la parola tempo viene da termini latini come tempetus, tempetas, termini che rappresentano quel fenomeno naturale, la tempesta, conosciuta da sempre e osservata con stupore e paura. Fenomeno che si produce quando una serie di elementi - vento, temperatura, pressione, umidità - si miscelano e, in un tempo dato, esplodono in quello spettacolo che sorprende...
La mia prima notte a Lukianvoka è ancora impressa vividamente nel mio ricordo e di più, marchiata a fuoco sulla mia pelle, tanto che nonostante siano ormai trascorsi undici anni, posso sentire ancora quell'ardere di disperazione. Innanzitutto era la mia incolumità e sopravvivenza che sentivo in serio pericolo. Nella mia percezione, atterrito da quella galleria di volti arcigni, i miei compagni di cella costituivano una minaccia concreta alla mia vita. Temevo mi avrebbero picchiato, violentato, forse anche ucciso. Poi il pensiero correva a mia madre, al dolore misto a vergogna che lei avrebbe provato apprendendo la notizia che il suo unico figlio si era macchiato di un grave reato e che ora era rinchiuso in una cella, a migliaia di chilometri di distanza. E ancora era l'idea della mia Oksana furibonda con me per ciò che avevo fatto, a straziarmi, convinto com'ero che mi avrebbe lasciato per sempre. Lei che era il mio unico affetto profondo a Kiev. In un attimo t...